g
All’inizio del secondo semestre abbiamo avuto l’opportunità di partecipare ad un ciclo di incontri con degli attori culturali italiani, aventi come filo conduttore la Cultura in senso lato, la sua tutela e la sua promozione.
Nella pluralità di interventi frutto di approcci diversi, tessere di uno stesso grande mosaico, la costante di riferimento è stato il richiamo all’articolo 9 della Costituzione Italiana, volto a promuovere e a tutelare la Cultura in tutte le sue declinazioni, definendola un diritto/dovere della Repubblica e del cittadino.
Antonio Calbi, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, ospite del nostro primo appuntamento in agenda, ha definito la Cultura come l’insieme dei valori fondativi di un’identità, un insieme che ingloba al suo interno elementi come la lingua, la creatività, il lavoro in tutte le sue forme, la tecnica e la scienza, fino ad arrivare al paesaggio. Non è un caso, come ci ricorda lui stesso facendo riferimento ai conflitti attualmente in corso in Medio Oriente, che, quando si cerca di annientare l’identità di un popolo, si miri scientificamente alla distruzione programmata del suo patrimonio culturale, comprensivo di tutte le componenti sopra citate.
Il testo dell’articolo 9 della nostra Costituzione, della cui stesura furono incaricati Concetto Marchesi e Aldo Moro, fu arricchito da Piero Calamandrei con l’espressione “sviluppo della cultura”, utile per includere anche la ricerca scientifica e tecnica. Nel 2022, l’articolo 9 è stato oggetto di una revisione che ha introdotto un esplicito riferimento all’ambiente, già contenuto in nuce nel testo originale, conformemente all’interpretazione estensiva del termine “paesaggio” che viene riconosciuta dalla Corte Costituzionale negli anni ‘80. Tutti questi elementi sono costitutivi di un’identità che va protetta: la tutela del patrimonio materiale e immateriale del nostro paese è il cardine dell’articolo.
Il Dottor Calbi ci ha offerto una chiave di lettura a mio avviso molto significativa in merito al modo in cui il concetto di protezione va inteso: “La cultura è condivisione” e, ha proseguito, “La cultura è identitaria, ma anche osmotica”. Proprio come la membrana di una cellula che ne delimita lo spazio senza renderlo inaccessibile dall’esterno, la cultura traccia un perimetro che definisce un’identità ma rimane permeabile, aperta al mondo esterno, pronta a scambiare materiale con le altre cellule ogniqualvolta ve ne sia il bisogno. Ci appartiene, ma non per questo la si deve rendere appannaggio esclusivo di pochi eletti, lontana dalla cultura degli “altri”.
L’intervento del Dottor Calbi si è concluso con un riferimento al gemellaggio esclusivo tra le capitali Parigi e Roma, suggellato dal motto “ Solo Parigi è degna di Roma; solo Roma è degna di Parigi”, occasione per ricordare come la cultura sia un potente agente di coesione tra i due paesi oggetto del nostro corso di studi.
Un altro concetto molto interessante è quello introdotto dal Vicesindaco della Città di Parma Lorenzo Lavagetto, che, per descrivere la cultura, ha utilizzato inizialmente un termine semplice quanto esaustivo: “partecipazione”.
Quando nel 2021 Parma è diventata capitale della cultura per la seconda volta dopo l’impasse dovuto alla pandemia del Coronavirus, quello che l’amministrazione si è impegnata a realizzare, ci ha spiegato il Vicesindaco , è stato “Ricostruire una relazione di partecipazione, un legame comunitario” al fine di rimediare ad una perdita di terreno della consapevolezza del patrimonio da parte della società civile.
L’obiettivo non è stato solo quello di sedurre i turisti, ma di far riacquistare coscienza della bellezza di cui sono circondati anche ai parmigiani stessi, che l’hanno sotto gli occhi ogni giorno. “La cultura è partecipazione e presenza, capacità di rivolgersi a tutti”: così la città di Parma ha voluto puntare sull’accessibilità per svolgere la sua missione, promuovendo aperture straordinarie di luoghi solitamente inaccessibili al pubblico, che, come previsto, hanno riscontrato molto successo.
L’intervento di Chiara Allegri, professoressa di marketing di eventi culturali all’università di Brescia, ha introdotto un aspetto che si potrebbe definire complementare a quello dell’accessibilità evocata dal Vicesindaco Lavagetto, aggiungendo uno sguardo manageriale ed economico: “Spesso in Italia, si ha un po’ di imbarazzo e di timore a fare mercato con la cultura”, eppure, come lei stessa ci ha ricordato, è un dato di fatto che vi sia un’economia di mercato che ruota intorno alla cultura. Se nel Settecento quest’ultima era appannaggio esclusivo di pochi individui facenti parte della classe nobiliare, che potevano permettersi il “Grand Tour”, la cultura si è progressivamente trovata oggetto di una massificazione del turismo. La dottoressa Chiara Allegri ci ha spiegato come faccia parte del suo lavoro non solo la conservazione del patrimonio culturale ma anche la sua valorizzazione. Questa seconda missione, che comporta una grande responsabilità storica e scientifica di divulgazione avente come scopo quello di far conoscere il patrimonio, consiste nel dare il giusto valore alle cose. Ciò significa offrire un servizio di qualità che possa permettere al pubblico di acquisire coscienza del bene presentato, ma anche stabilire il giusto prezzo da pagare per accedere alla cultura. Quanto siamo disposti a spendere in cultura?
Lorenzo Lasagna, che ha partecipato all’incontro insieme a Chiara Allegri, ci ha fornito dei dati che spingono alla riflessione: una famiglia italiana spende in media 32 euro mensili in cultura, un terzo di quanto spende in sigarette, se è anche una famiglia di fumatori. La risposta pesa come un macigno in una società circondata da tanta bellezza, ma disposta a pagare molto di più per servizi di telefonia che non per cinema, teatri, libri o musei: poco. Oggi gli italiani sono disposti a spendere troppo poco in cultura. Il professor Lasagna ha citato la celebre frase del presidente americano Kennedy “Non chiedere cosa può fare il tuo paese per te, ma cosa puoi fare tu per il tuo paese”, una rivoluzione copernicana nell’approccio alla questione del diritto/dovere del cittadino di fronte alla cultura del suo paese. Letta alla luce dell’articolo 9 della nostra Costituzione, questa frase mette in evidenza la doppia responsabilità contenuta nell’articolo, quella isituzionale e quella della società civile, ovvero dei cittadini italiani. Durante il lavoro di stesura dell’articolo 9, Concetto Marchesi insistette sulla necessità di intendere la Repubblica in senso ciceroniano, come responsabilità collettiva. Benché una prima lettura possa trarre in inganno, l’articolo 9 non affida compiti di promozione e tutela del patrimonio culturale a un singolo organo, ma alla Repubblica nel suo insieme, coinvolgendo le istituzioni così come i cittadini. Se è vero che ad oggi questi cittadini sono restii a sostenere il mercato della cultura, un’altra domanda (e di conseguenza un nuovo problema) si pone inevitabilmente: quanti sono gli artisti da sostenere? Molti. In seguito all’alfabetizzazione di massa e alla diffusione sempre più capillare di cultura mediante la tecnologia, la società moderna è particolarmente prolifera, artisticamente parlando. Tutti scrivono e fanno cultura, e l’arte di oggi “ non è più arte come quella di una volta”. Ma è davvero così? Gli artisti di oggi sono davvero tali solo perché si autoproclamano? Come ci ha spiegato Lorenzo, se nel secolo scorso una poesia era poesia perché a certificarla tale era l’élite intellettuale, nella persona, fra gli altri, di Benedetto Croce, oggi l’arte è diventata più democratica. Ci sono benefici e svantaggi che seguono questa apertura. Certo è che, malgrado un evidente accrescimento della produzione artistica che impatta inevitabilmente la “qualità media” delle opere contemporanee, svalutare quest’ultima nel suo intero sarebbe grossolano.
Perfettamente in continuità con gli incontri precedenti è stato il dibattito con Maria Chiara Prodi. Il suo apporto fondamentale a questa serie di incontri sulla Cultura è consistito in un focus sulla nozione di italianità, da lei definita come “lingua, convenzioni sociali, cibo, socialità e accoglienza”. Nella sua veste di direttrice della Maison de l’Italie, la Dott.ssa Prodi ha portato la sua testimonianza in merito all’esportazione di questa “italianità” nel mondo: “l’Italiano è una lingua di emigrazione o che si sceglie di voler imparare”. Così ha sottolineato come la nostra lingua sia diffusa al di fuori della penisola grazie a due grandi slanci: un fattore identitario, risultato del fenomeno migratorio, ed una volontà ben precisa di molte persone provenienti da altri paesi di far propria una parte della nostra cultura, attraverso l’italofonia.
A partire dagli anni ‘80 le ondate migratorie hanno reso possibile l’istituzionalizzazione delle diaspore e nel 1985 sono nati i comitati degli italiani all’estero, COMITES, organismi rappresentativi della comunità italiana residente fuori dai confini nazionali, oggi ribatezzati CGIE. Questi collaborano con le sedi diplomatico-consolari per tutelare i diritti, promuovere l’integrazione, la cultura e gli interessi sociali dei cittadini italiani. Le diaspore, come ci ha spiegato Maria Chiara Prodi, svolgono un grande ruolo di politica dal basso e si rivelano essere fenomeni nei quali, ancora una volta, la cultura è uno strumento di condivisione, un elemento che distingue e unisce nel contempo. La frase con cui si chiude il nostro incontro, L’alterità va accolta, esprime una visione della cultura profondamente inclusiva e basata su un vero e proprio scambio di ricchezza identitaria, visione proposta anche da Antonio Calbi, con cui avevamo iniziato questo ciclo.
Su molte delle questioni emerse durante gli interventi si potrebbe discutere a lungo, ma la conclusione che possiamo trarre da questa serie di incontri è che la cultura è condivisione, partecipazione, arricchimento reciproco, è identità e patrimonio di tutti noi, che in quanto possessori dobbiamo impegnarci per primi a proteggerla, diffonderla e valorizzarla mediante strategie evolutive. E dobbiamo anche essere disposti a investire in questo compito le nostre risorse, umane e finanziarie. E la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e non, che ne limitino l’accesso a tutti i cittadini.
En appuyant sur le bouton "j'accepte" vous nous autorisez à déposer des cookies afin de mesurer l'audience de notre site. Ces données sont à notre seul usage et ne sont pas communiquées. Consultez notre politique relative aux cookies